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| > INTERVISTA AL M° GIORGIO GAZICH > | |||||
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Karate story Il capitano di una nave... ...si trova meglio al suo posto, nel suo elemento, che, in questo caso, è il karate
Intervista al maetro Giorgio Gazich
--- Direi di iniziare con le presentazioni…
"Mi chiamo Giorgio Gazich, sono nato a Catania nel 1950. Risiedo a Busto Arsizio; sono insegnante di materie tecnico-pratiche presso l’Istituto Professionale di Stato per l’Industria e l’Artigianato “A.PONTI” di Gallarate. Sono Direttore Tecnico del BU DO KAN , la Polisportiva che ho fondato a Busto Arsizio, assieme ad alcuni collaboratori, nel 1980. Come dico spesso ai miei allievi, questa è un po’ come la mia “nave”: a lei ho dedicato e continuo a dedicare tutte le mie energie, la mia passione, il mio tempo. Tutto il resto è “terraferma”….e si sa che il capitano di una nave si trova meglio al suo posto, nel suo elemento, che, in questo caso , per me è il karate".
--- Mi scusi, però il cognome Gazich cosa c’entra con Catania? Mi pare che ci sia una stonatura…
"In effetti è una lunga storia...".
--- Può dirci qualcosa?
"I miei genitori sono originari di Zara; dopo la 2° guerra mondiale, per mantenere la cittadinanza italiana, furono costretti all’esilio, come tantissimi altri connazionali, del resto. Partirono con una valigia, lasciando tutti i loro averi a Zara, poi |
Giorgio Gazich Giorgio Gazichè nato a Catania il
1° dicembre 1950.
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assorbita dalla Jugoslavia. Furono trasferiti nel campo profughi di Cibali, presso Catania; qui nacqui io. Dopo qualche mese, partimmo per l’Argentina, destinazione Buenos Aires, dove siamo vissuti fino al novembre 1962; poi, a causa di una serie di vicissitudini che non sto a raccontare, mio padre decise di tornare il Italia. E così approdammo a Busto Arsizio. Qui ho portato a termine i miei studi fino al diploma di maturità di perito aeronautico".
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Il maestro Gazich durante i Campionati europei (Davos 1997)
Ha iniziato la pratica del karate nel 1972;
1° Dan nel 1977, nel 1978 ha ottenuto la qualifica di istruttore.
E’ 2° Dan nel 1979 , 3° Dan nel 1981, Maestro e arbitro
nazionale nel 1982. Diventa 4° Dan nel 1985 e 5° Dan nel 1990
a Desenzano. E’ arbitro internazionale dal 1990. Nel gennaio 1999
la F.I.K.T.A. gli ha conferito il grado di 6° Dan.
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--- Quando nasce la passione per il karate?
"Ho sempre praticato vari sport: atletica leggera, sub, paracadutismo. Un giorno un mio amico mi disse: andiamo a vedere il karate. Era
il 1972, l’epoca dei film sulle arti marziali: “Le cinque
dita di violenza”, “Dalla Cina con furore”…..
Così andammo ad assistere ad una lezione alla Palestra del M°
Giuseppe Beghetto (allora allievo del M° Shirai) , a Gallarate. Ricordo
che c’era un allenamento di cinture marroni, stavano eseguendo il
kihon. Fui subito attratto dalla simultaneità dei movimenti, dall’energia
che il gruppo esprimeva e dall’atteggiamento mentale, soprattutto… Fino
a IV kyu si manteneva la cintura bianca; dal III kyu si diventava cintura
marrone e questo era un passaggio importante, una linea di demarcazione
rispetto al resto del gruppo….c’era una sorta di “selezione
naturale”, se così possiamo dire….
--- Si ricorda un episodio significativo durante la sua pratica? "Un episodio significativo che vorrei raccontare
riguarda proprio il corso istruttori.
--- Quali differenze ci sono tra il karate di ieri e quello di oggi? "Gli obiettivi sono sempre gli stessi, allora come
oggi.
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C’è anche da dire che una volta frequentavano i corsi prevalentemente persone adulte: non c’erano bambini. Oggi è esattamente il contrario: prevale la frequenza dei piccoli e anche piccolissimi rispetto agli adulti. Questo è senz’altro un dato positivo perché significa che l’opinione pubblica ha capito i benefici psico-fisici di quest’arte marziale. Oggi i bambini vengono iscritti ai corsi di karate per essere educati alla disciplina, al rispetto delle regole, alla sicurezza, all’autostima. Molte scuole inseriscono nelle ore di educazione motoria il karate e chiedono l’intervento dei nostri istruttori e maestri federali perché ne hanno constatato l’utilità sul piano generale". --- Come vede il futuro del karate nella nostra società? "Al di là del discorso tecnico, il karate va visto come
uno strumento per la crescita dell’individuo. Le persone che praticano
karate si differenziano dalle altre per la disciplina, il rispetto verso
gli altri, l’autocontrollo. E questa non è retorica: l’ho
constatato nei miei 30 anni di insegnamento. Ho visto passare dalla mia
palestra più di 2000 persone. Spesso qualcuno mi saluta per strada
o al bar dicendomi di essere stato mio allievo: non sempre ricordo subito
, poi vengono alla luce episodi, lo fisso negli occhi…. e si squarcia
un velo…E tutti hanno nostalgia del periodo di pratica e lo ricordano
quasi come “eroico”. Poi ci sono ideali veri, valori, convinzioni, tutto
ciò, insomma, che fa parte del nostro bagaglio spirituale. E questo
nella società di oggi è importante, al di là dei
benefici che il karate apporta indubbiamente a tutti sul piano fisico
e mentale.
--- La pratica agonistica è stata importante per lei? "Indubbiamente importantissima, perché mi ha fatto scoprire
i miei limiti. Solo chi pratica karate a livelli agonistici si trova in
situazioni-limite: non c’è infatti solo il momento della
gara ma tutta la preparazione che richiede. E questo diventa il mezzo
per migliorare se stessi. L’agonista non è mai appagato dei
risultati raggiunti: sa di avere sempre un potenziale di crescita incolmabile.
Sta quindi a lui riempire quel vuoto. Poi ci sono le difficoltà
della gara: il confronto con tanti avversari. Bisogna essere sempre molto
umili e partire dal presupposto che l’avversario non è mai
da sottovalutare.
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"1980 - Il Maestro Gazich durante una fase di kumite".
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Sono tuttora convinto del fatto che
un agonista debba possedere innanzitutto massima determinazione e voglia
di vincere. Deve essere ben preparato, con un bagaglio tecnico vario,
basato su tecniche di braccia e di gambe: per questo è molto importante
l’allenamento del kihon.
--- La pratica agonistica è stata importante per lei? "Indubbiamente importantissima, perché mi ha fatto scoprire
i miei limiti. Solo chi pratica karate a livelli agonistici si trova in
situazioni-limite: non c’è infatti solo il momento della
gara ma tutta la preparazione che richiede. E questo diventa il mezzo
per migliorare se stessi. L’agonista non è mai appagato dei
risultati raggiunti: sa di avere sempre un potenziale di crescita incolmabile.
Sta quindi a lui riempire quel vuoto. Poi ci sono le difficoltà
della gara: il confronto con tanti avversari. Bisogna essere sempre molto
umili e partire dal presupposto che l’avversario non è mai
da sottovalutare. --- Quali sono stati i suoi risultati agonistici più significativi? "I primi risultati agonistici significativi nella specialità del kumite arrivarono nel 1976 e si susseguirono fino al 1982, periodo nel quale raggiunsi, assieme alla maturità agonistica, ulteriori risultati di rilievo in campo nazionale e internazionale, salendo più volte sul gradino più alto del podio".
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--- Quali sono stati i momenti più importanti della sua pratica? "Facendo una rapida rassegna, innanzitutto il 1° giorno
di iscrizione alla palestra di karate; poi, quando ero IV kyu, mi fermai
per 4 mesi. Ebbi un momento di crisi. Ripresi: capii allora quanto fosse
importante per me il karate e da quel momento decisi che non mi sarei
mai più fermato. --- La FIKTA soddisfa le sue aspettative? Perché ha fatto questa scelta? "Considero la F.I.K.T.A. come una grande famiglia nella quale c’è un capostipite, i primogeniti e a seguire via via tutti gli altri. Ognuno ha una sua mansione, un suo posto e lavora seriamente, nel rispetto reciproco". --- Nella F.I.K.T.A Lei ricopre oggi una carica delicata, il Responsabile della Commissione Nazionale Arbitri. Cosa ci può dire del suo ruolo? "Partiamo da una considerazione personale di fondo: il motivo
per cui ho iniziato ad arbitrare è perché mi sono sempre
sentito agonista. Terminata la “carriera” agonistica, un modo
per rimanere sempre vicino al campo gara , oltre che per soddisfare alcune
mie esigenze tecniche e formative, era quello di fare l’arbitro.
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